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PALAZZO GIUSTINIANI ODESCALCHI
L'attuale aspetto del palazzo è il frutto della trasformazione e del
riadattamento dell'antico maniero feudale, operati in parte già nel XVI secolo
dagli Anguillara e, in maniera più radicale, nel XVII secolo da
Vincenzo Giustiniani.
Il palazzo occupa un'area di forma quasi rettangolare che misura metri 50 x 35
circa. La sua pianta a C, rivolta verso il parco, dimostra chiaramente
l'intendimento di porre l'edificio in relazione diretta con il giardino.
Nel suo complesso si presenta come una grandiosa mole grigia, dovuta al suo
rivestimento fatto di un solido intonaco. Sembra che così lo volle
Vincenzo Giustiniani, dopo aver visitato la residenza di campagna di
Enrico VIII
d’Inghilterra, nel Surrey, preferendo i suoi colori grigio scuro, quasi viola, a
quelli più leggeri di moda all'epoca.
Ben proporzionata la ripartizione dei piani con fasce di pietra scura (peperino)
che contornano anche le finestre ben distribuite.
Il portale d'accesso, in pietra locale, è fiancheggiato da quattro enormi busti
in peperino che sostengono quattro teste marmoree, molto deteriorate, risalenti
all'epoca degli Antonini (II secolo d.C.).
Entrando nel cortile, che versa in pessime condizioni, occorre fare uno sforzo
per immaginare come doveva presentarsi quando le sue pareti erano completamente
decorate con scene di trionfi, allegorie, emblemi e fregi di cui rimane solo una
pallida traccia. Eppure quando viene utilizzato per piccoli concerti, la musica
e una sapiente illuminazione riescono a conferirgli ancora quel fascino
accattivante e discreto di un salotto appartato, lontano dal mondo e fuori dal
tempo. Autore delle decorazioni fu probabilmente quell'Antonio Tempesta che ha
affrescato in modo mirabile la scala regia del
Palazzo Farnese di Caprarola.
Salendo per un elegante scalone si raggiunge il loggiato, la cui volta presenta
raffinate grottesche affrescate verso il 1570-1580, nello stile che i fratelli
Zuccari avevano introdotto a Caprarola.
Dal loggiato si può ammirare il ponte che collega la residenza con i giardini
all'italiana e con il parco.
Visitiamo adesso il piano nobile: entriamo nell'ambiente più vasto del palazzo,
il Salone dei Cesari, così denominato perché lungo le sue pareti vi erano, un
tempo, i busti di dodici Cesari, poggianti su piedistallo.
Al centro della volta campeggia lo stemma di casa Giustiniani, un castello
sovrastato da un'aquila incoronata ad ali spiegate. Le figure allegoriche ai
lati dello stemma rappresentano la giustizia e la fortezza.
Bello e imponente il camino in pietra che si trova all'estremità del salone.
Passiamo ora all'ala meridionale del palazzo, la parte più antica e ricca di
camini per il riscaldamento.
Incontriamo per primo il salone dove il genovese
Bernardo Castello affrescò nel
1605 la delicata "favola di Amore e Psiche". Il pittore stava ritornando a casa
da Roma, dove aveva eseguito un lavoro in San Pietro che però non era piaciuto
(infatti sarà rimosso venti anni più tardi), e proprio a Bassano trovò
un'atmosfera di maggiore distensione e rispetto. Bernardo Castello, pittore
tipicamente manierista, amico del poeta Marino e illustratore delle opere del
Tasso, ha lavorato anche nella cappella dei Giustiniani presso la chiesa di S.
Maria sopra Minerva.
Da questo ambiente si accede alle stanze delle quattro stagioni, fatte
affrescare verso la fine del XVI secolo dagli Anguillara, ma forse ritoccate nel
periodo Giustiniani, specialmente per ciò che concerne la decorazione a
grottesche. Il lavoro, unitario in quanto a stile, può essere attribuito alle
maestranze presenti a Caprarola nello stesso periodo e cioè alla scuola del
Bertoia o dei fiamminghi come lo Spranger e Hans Von Aachen. Alcuni riquadri
ricordano anche lo stile del Baglione, che ha lavorato al Palazzo Altieri di
Oriolo Romano. L’attribuzione è, quindi, ancora oggetto di studio. Entriamo ora
nella "stanza del Parnaso" dove, al centro della volta, è rappresentato il monte
Parnaso consacrato ad Apollo e sede delle Muse. Ai lati del riquadro centrale
sono raffigurati il porto di Genova, città d'origine dei Giustiniani e il porto
di Scio a ricordo della loro feconda attività commerciale sull'isola. Gli
affreschi sono stati eseguiti da un certo Marcantonio Piamontese, come risulta
da una nota di pagamento ritrovata nell’archivio dei Giustiniani e da un pittore
locale di nome Antonio Gaio, come si legge sugli affreschi stessi.
L'ultima stanza dell'ala Sud è il camerino del Paradiso, un piccolo ambiente,
quasi sicuramente adibito a cappella privata di famiglia, a giudicare dai
soggetti degli affreschi, richiamanti episodi biblici legati alla figura di Mosè
attribuibili alla scuola degli Zuccari.
Ritornati al salone dei cesari e attraversata una stanza, sul cui soffitto
campeggia lo stemma degli Odescalchi, entriamo nella nuova ala settentrionale,
ricostruita da Vincenzo Giustiniani a partire dal 1605 e adibita a zona di
rappresentanza.
Per la decorazione di quest'ala del palazzo, egli non badò a spese, infatti
ingaggiò i pittori manieristi che andavano per la maggiore, quali l'Albani e il
Domenichino, che furono pagati al massimo delle tariffe correnti.
Lo stesso trattamento ricevette anche Paolo Guidotti, detto il Cavalier
Borghese, al quale il diritto di usare il nome dei Borghese era stato concesso
dalla stessa potente famiglia del Papa Paolo V, che aveva conferito il titolo di
marchese a Vincenzo Giustiniani.
Suoi sono gli affreschi del primo salone, chiamato per ciò sala "del Cavaliere".
Il Guidotti (Lucca 1560ca - Roma 1629) è stato un personaggio estremamente
poliedrico. Abile pittore e scultore, il suo sapere spaziava dalla letteratura
alla musica, dalla matematica all'astronomia e all'aeronautica, per finire col
dottorato in legge che egli conseguì all'età di cinquant'anni. Purtroppo gran
parte di ciò che egli fece è andato perduto.
Nella sala del cavaliere, la volta a padiglione è illusionisticamente
trasformata, con brillante artificio, in una volta a cupola, il cui fittizio
andamento circolare è evidenziato da una cornice rotonda sorretta da otto
telamoni dove poggia una sorta di tamburo aperto contro lo sfondato del cielo.
Il soggetto degli affreschi è stato mirabilmente interpretato da Italo Faldi
come un'allegoria dell'avanzare dell'anima attraverso la vittoria sul peccato,
verso la felicità eterna. Essa è rappresentata dalla fanciulla nuda e coronata
d'alloro che si vede al sommo della volta.
L'opera fu eseguita nel 1610 ed è considerata molto interessante per lo stile,
la tematica e l'originalità espositiva, che per certi aspetti ricorda la "Sala
dei giganti" di Giulio Romano al Palazzo Te di Mantova.
La piccola sala che segue è stata affrescata nel 1609 da Domenico Zampieri,
detto il Domenichino, con le "Leggende di Diana". Al centro della volta è
rappresentata Latona con i suoi gemelli, Apollo e Diana e nei riquadri le altre
storie del ciclo tra cui il sacrificio di Ifigenia e Diana che castiga Atteone.
L'ultimo ambiente di quest'ala del Palazzo è la grande galleria, affrescata sia
sulla volta che sulle pareti da Francesco Albani, nel 1609. Sulla volta,
incorniciata da una finta balaustra, è rappresentata la tragica caduta di
Fetonte ispirata alla narrazione che ne fa Ovidio nelle Metamorfosi. La scena
non si presenta, però, così terrificante come ci si potrebbe aspettare, al
contrario la narrazione scorre leggera tra ninfe, sirene, satiri e mostri
marini, indignati per ciò che sta succedendo, fino ad arrivare alla bellissima
Venere che, imperturbabile, continua a fare toletta indifferente a tutto.
Attraversiamo ora il ponte che collega il Palazzo ai giardini all'italiana ed al
grande parco. Nella testata dell'ala sud del Palazzo rivolta verso il giardino
una lapide ricorda che, nel 1605, Vincenzo Giustiniani aggiunse al Palazzo i
giardini con magnifica piantagione. Possiamo avere un'idea di come si
presentasse il parco in origine, grazie ad una lunga lettera indirizzata
all'avvocato Teodoro Amideni, in cui il marchese Giustiniani esprime le sue
intenzioni progettuali riguardanti la costruzione del complesso bassanese.
Il Marchese ammetteva di avere "naturale inclinazione e di conoscere teoria e
tecnica architettonica e di avere dimestichezza dei termini con cui trattano i
muratori”. Inoltre, aveva visitato i grandi giardini e aveva osservato che si
tendeva a trasformare il giardino in parco, conquistando spazi sempre più ampi,
includendo brani di bosco e privilegiando i lunghi viali e le piantagioni di
alberi, in special modo le specie sempreverdi. Voleva nel suo giardino anche
viali, nei quali si potesse passeggiare durante l'estate, come quelli che aveva
visto in Francia e inoltre "…merangoli, cedri, limoni ed altre piante simili e
nobili".
Il patrimonio arboreo di questo parco è, ancora oggi, eccezionale: lecci
plurisecolari, abeti altissimi, cipressi e molti pecci o abeti rossi. Quest'ultimi
furono piantati dalla principessa polacca Sofia Braniska che sposò nel 1841
Livio II Odescalchi. La principessa, che portava con se una ricca dote e
prediligeva la residenza di Bassano, si prodigò per portare migliorie sia nel
palazzo che nel giardino.
Dal ponte, attraverso due rampe a tenaglia che incorniciano una grotta-ninfeo,
si accede al giardino all'italiana. Nel progetto le rampe erano accompagnate da
una serie di fontanelle zampillanti e, a lato della siepe di bosso, erano
presenti alberi da frutto. Un lungo viale rettilineo conduce alla Rocca, che in
origine era visibile anche dal palazzo. A lato del viale principale si
susseguivano una serie di aperture nella vegetazione come piazze, di varie forme
geometriche, collegate da viali secondari e delimitate da siepi. Esse
contenevano gruppi scultorei e arredi in pietra oggi scomparsi. Arrivati in
fondo al viale principale ci troviamo di fronte un nobile edificio di tre piani
sormontato da un'altana merlata. Il suo tetto è sfondato da tempo, le
infiltrazioni d'acqua hanno deteriorato la struttura e la clematide selvatica ha
già raggiunto il secondo piano. Eppure questo rudere ha un grandissimo fascino!
Chiudiamo per un attimo gli occhi e proviamo ad immaginare come doveva
presentarsi in origine quando si dice avesse ben cinque torri merlate, che
riproducevano l'insegna araldica della famiglia. Era un piccolo castello perso
nel verde del magnifico parco, dove sembra che i Giustiniani passassero la
maggior parte del loro soggiorno a Bassano.
Tornando sui nostri passi, rientriamo nel palazzo per gustare l'ultima "chicca":
un grazioso teatrino privato, con dei palchi in legno (una volta probabilmente
tappezzati con drappi) dove sedevano i membri della famiglia. Al di sotto, la
platea per tutti gli altri, con accesso direttamente dal cortile.
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